Sempre con un volo della JetStar raggiungo Brisbane e qui, noleggiata un’automobile mi dirigo a nord, alla volta di Rainbow Beach.
Uscito dal caotico traffico di Brisbane, tipico delle 5 di pomeriggio in una grande città, mi immetto sull’autostrada e dopo 4 ore di auto (con una piccola sosta per un hamburger in un Truck Stop) arrivo alla meta, precisamente al B&B di Debbie, un’accogliente B&B gestito da una simpatica signora di mezza età conosciuta da tutti in paese.. Nota simpatica della sistemazione: l’appartamento è senza chiavi o serrature..
E’ sera e giusto il tempo di scaricare le valigie e sono già sotto le coperte: domani mi aspetterà un’interessante avventura… Infatti da qui partirò per una gita di due giorni su Fraser Island…
Seppur il tempo non sia dei migliori e il sole esca solo ogni tanto dai nuvoloni che affollano il cielo decido di andare a fare un’escursione per vedere il reef (la barriera corallina) e la famosissima spiaggia di Whitehaven Beach, una delle 10 spiagge più famose al mondo..
Parto con la ReefRyder II e dopo 30 minuti di salti fra le onde arrivo a Chalkies Beach (su Haslewood Island) dove faccio una prima confidenza con il mare e la sua fauna..
Il sole finalmente esce e anche la prossima tappa, Whitehaven Beach, non poteva essere dipinta in modo migliore.
Whitehaven Beach è una spiaggia lunghissima, fatta di una spiaggia bianchissima ed un mare che sembra finto dal gran che è trasparente..




Rientrato sull’isola, al pomeriggio prendo un bus che in 30 minuti mi fa fare il giro dell’isola e ne approfitto per fare qualche scatto.
La sera vado a mangiare una discreta bistecca in uno dei tanti locali a tema presenti sull’isola, al “The Steack House”.
Da Spencer Street Railway Station prendo un bus che in 20 minuti mi porta in aeroporto.
Da qui mi imbarco su un volo della JetStar che in circa 4 ore mi porta a nord, precisamente ad Hamilton Island, un’isola dell’arcipelago delle Whitsunday.
L’accoglienza e le strutture sull’isola (alberghi, piscine, ristoranti…) e’ stupenda: sembra di guardare le foto di un soggiorno turistico, uno dei tanti che si possono trovare in un’agenzia di viaggi.
Questo è il posto dove moltissimi australiani e orientali vengono per le vacanze. Io, come italiano, sono praticamente una rarità..
Purtroppo mi avvertono che il tempo non sarà dei migliori perché nei giorni precedenti sono passati tempeste ed uragani…
Partito di mattina presto dalla camera per vistare la città, mi accorgo subito che anche qui, come a Sydney, la vita inizia presto infatti già passate le 9,30 il caos sui marciapiedi quasi scompare.
Preso un cappuccino e un donut da Gloria Jean’s Coffee, all’angolo fra Collins e Spencer Street, mi metto in marcia alla scoperta della città.
Seguendo la cartina della città raggiungo subito l’imponente Flinders Street Railway Station e osservo il suo portone d’accesso con i vari orologi che riportano diversi orari. Questo è il crocevia di tutti i mezzi, su rotaia o su gomma, di Melbourne e anche la prima stazione ferroviaria d’Australia.
Girate le spalle vedo la facciata gotica di St. Paul’s Cathedral, ma prima di visitarla decido di oltrepassare il fiume Yarra percorrendo il Princess Bridge entrando così nel quartiere di South Bank.


Melbourne, gia dai primi passi, mi risulta molto gradevole e non pare avere l’aria di una grossa città ma di una piccola città di provincia seppur sovrastata da grattacieli di ogni forma e colore.
Grazie al bus gratuito che la città a messo a disposizione dei turisti e che si ferma nei posti principali della città, incomincio a fare sosta nei punti più caratteristici: il Melbourne Cricket Ground, l’Università e il suo campus, il Victoria Arts Center,la Victoria National Gallery e il Shrine of Remembrance, un’immenso santuario all’interno dei giardini botanici che rende omaggio ai caduti della Seconda Guerra Mondiale.


Ritornato nel centro, fotografando Federation Square e la gente che lo utilizza come punto di incontro/ritrovo, proseguo la mia camminata fra Collins, Bourke e Lonsdale Street, le vie dello shopping e le vie dove si trovano l’Old Treasury Building, Chinatown, Princess Theatre e il palazzo del Parlamento.
Sveglia presto per iniziare la Great Ocean Road che mi porterà a Melbourne.
Il panorama e’ bello e variegato. I punti caratteristici di questa famosa strada sono tutti segnalati da cartelli marroni che campeggiano la scritta “Lockout” in bianco e ti dirigono a piccole terrazze sulle ripide scogliere di queste coste.




Passato Port Campbell, arrivo ai tanto sospirati 12 apostoli ma ahimè la sfortuna quando vuole ci vede molto bene: dal mare sale una fitta nebbia che copre questo panorama mozzafiato..
Passata l’amarezza proseguo, seppur il tempo non sia certamente estivo, alla volta di Apollo Bay, un gruppo di case che si affaccia su una baia altamente caratteristica..
Da qui la Great Ocean Road incomincia ad essere più tortuosa e ricca di innumerevoli gole fino ad arrivare nei pressi di Geelong. Anche il paesaggio cambia: da grosse estensioni di erba si passa a ricca vegetazione (ricca di Koala) che si arrampica sulle scogliere rocciose..
Passate le sterminate spiagge di Geelong giungo a sera all’hotel Vibe di Melbourne.
Tappa di spostamento questa…
Partito da Ayers Rock con un volo della Quantas, dopo uno scalo ad Alice Spring, arrivo finalmente a Melbourne.
Aggiustato l’orologio, noleggio una macchina (per i buoni prezzi scelgo la Thrifty) e mi metto in viaggio, sulla Princes Highway, verso Warrnambool: l’estremo ovest della Great Ocean Road.
Il viaggio in auto è gradevole (seppur da digerire le prime rotonde fatte al contrario ed il sorpasso a destra..) e per arrivare alla meta attraverso tante piccole cittadine ma anche tantissime fattorie con enormi distese di terre e mucche.
Warrnambool è una tranquilla cittadina affacciata sull’oceano, con il faro, un piccolo porto e un’ampia area vicino alla spiaggia dove la gente può praticare sport e fare footing. Insomma un bel posticino tranquillo e rilassante !!
Qui dormo al Best Western Olde Maritime Motor Inn e assaggio per la prima volta il canguro: una carne scura, abbastanza stopposa e non troppo saporita.. Ecco perché gli australiani non ne vanno matti..
Questa giornata è dedicata interamente a Uluru.
Mi sveglio molto presto: fuori è ancora buio. Fatta una ricca colazione a base di pane e burro di arachidi mi dirigo nel primo punto panoramico (Sunrise Viewing) così da vedere sorgere l’alba davanti ad Uluru e apprezzarne i suoi cambiamenti di colore con l’aumentare della luce.
L’alba è un momento magico e il sole, in pochi attimi, fa accendere questo immenso monolito con i classici colori che siamo abituati ad immaginarlo…
Approfittando della temperatura ancora mite decido di non salire sulla vetta ma di incominciare subito gli 11Km di cammino intorno ad Uluru.
Il monolito è spettacolare e non è solo liscio come me lo immaginavo: anfratti,
caverne (arricchite da antichi dipinti aborigeni) e fenomeni d’erosione caratterizzando i vari “lati” di questa gigantesca formazione.


Con ancora l’emozione negli occhi per aver solcato quelle terre e visto questa formazione, per me mitica, torno all’appartamento per ripararmi dalle ore più calde della giornata e riposarmi dopo la lunga camminata.
A metà pomeriggio ritorno all’interno del parco e dopo una visita al Cultural Center (un centro per la divulgazione della storia aborigena) mi dirigo al Sunset Viewing, così da scattare con la mia fedele Nikon qualche foto di Uluru al tramonto..
Poche parole non possono descrivere l’unicità, il contatto con la terra e la sensazione di infinito che ho potuto provare in questo luogo suggestivo..
Salutata Sydney e preso il treno che da York Street (Wynyard Station) mi porta alla partenza dei voli nazionali, mi imbarco su un volo della Quantas alla volta di Ayers Rock o, nella lingua aborigena, Uluru.
A pochi Km dall’arrivo, guardando fuori dal finestrino, mi rendo conto di essere in mezzo al niente infatti l’unica cosa che si discosta dal sottosuolo rosso e piatto, bruciato dal caldo, è il complesso montuoso di Ayers Rock e delle Olgas.


Atterrato nell’unica lingua di asfalto presente e dopo aver messo indietro l’orologio rispetto a Sydney di 1,30h raggiungo, con un’auto a noleggio, l’Ayers Rock Resort e precisamente gli Emu Walk Apartments.
Il caldo (alle 13 l’auto segnava 43°) e le mosche che ti assalgono, rendono a mio avviso la vita impossibile in quest’aera dell’Australia.
Pagata la tassa di accesso al parco, 25AUD per tre giorni, mi dirigo verso le Olgas (Kata Tjuta in lingua aborigena) e dopo aver fatto la Walpa Gorge Walk (una piccola camminata all’interno delle Olgas) mi sposto per ammirarne i colori al tramonto.


Ritornato all’appartamento decido di cenare con una pizza australiana farcita di funghi, pollo e ananas: uno schifo!!
L’ultima giornata a Sydney, prima della partenza per Ayers Rock, la suddivido fra la visita della città e lo shopping.
Prima di vedere Sydney dall’alto, all’interno della Sydney Tower, mi porto nuovamente verso Darling Harbour, al confine con Chinatown, per visitare il Chinese Garden.
Il Giardino è un semplice quadrilatero immerso nella roboante Sydney nel quale è possibile apprezzare i tipici elementi della tradizione orientale e nello stesso tempo percepire un surreale silenzio e armonia.
Costeggiando la Sydney Town Hall sbircio all’interno del Queen Victoria Building, il vecchio mercato ortofrutticolo su tre piani ora sede di prestigiosi negozi e ristoranti, e mi incanto a vedere il Royal Clock, uno degli enorme orologi presenti che raffigura un castello che pende da una delle varie volte a vetro.
Ritornato quindi nelle strade dello shopping (Geroge Street e Pitt Street) prendo l’ascensore e arrivo in cima alla Sydney Tower: una torre di 300 metri che permette di godere di un panorama a 360° della città.


Il restante tempo lo passo fra gli sfarzosi centri commerciali nel centro cittadino e il faraonico Apple Store.
Alla sera l’ultimo giretto sui warf…

La mattina inizia presto e già alle 8,30 sono fra i marciapiedi di Sydney affollati di gente in direzione Opera House e Botanic Garden.
Sydney, per quel che riguarda il centro città, è un agglomerato di palazzi di mattoni in stile 1800esco sormontato da grattacieli di acciaio e vetri, sedi di uffici o centri commerciali.
Avvicinandosi alla costa, gli edifici diventano più bassi (uno massimo due piani) fino a diventare villette, molte delle quali con vista su Port Jackson.
In tutto questo, il legame che la città ha con il mare è molto forte e imprescindibile.
Passeggiando nei lussureggianti Botanic Garden è possibile proseguire nell’insenatura successiva, fino a ridosso di Fort Denison (luogo dove venivano mandati i prigionieri), e da qui godere di una vista suggestiva dell’Opera House e dell’Harbour Bridge alle sue spalle.


Ritornato ai wharf di Circular Quay mi imbarco sul battello per Manly Beach.
I 30 minuti di navigazione all’interno di Port Jackson sono meravigliosi, infatti è possibile scorgere le ville a ridosso sul mare nella periferia di Sydney, le varie insenature/spiaggiette e i promontori calcarei che si interrompono all’imbocco con l’Oceano Pacifico.


Sovrastata da una nuvola di negozietti e ristorantini, Manly Beach è un’ampissima e ventosa spiaggia a Nord di Sydney che si affaccia sull’Oceano con molta vita e con gli immancabili bagnini che la sorvegliano.
Ritornati in Sydney raggiungo nuovamente gli amici italiani a Bondi Beach e faccio il mio primo bagno nell’oceano: il mare qui è prepotente (quasi ti risucchia) e fresco (non il mare caldo simil brodo che ci offre la nostra riviera romagnola..).
Insieme a nuovi amici, alla sera mi fermo sulla spiaggia a mangiare una piadina in un locale aperto da un ragazzo italiano che lo ha fantasiosamente chiamato “La Piadina”..
Bhe tutto il mondo è paese…